internet-privacyChi non ricorda Napster? All’alba del 2000, quando si navigava ancora col 56k, è stata l’applicazione di sharing per file audio che ha iniziato i molti alla pratica del p2p. Non vi venivano condivise  solo canzoni, ma anche registrazioni amatoriali (molto utilizzato a questo scopo era il programma MusicMatch Jukebox) che potevano consistere in ragazzate,  pensieri sparsi o anche lavori più consapevoli.

Beh adesso, dopo vari anni, Joshuah Bearman, un “collezionista” che allora era entrato in possesso di una quantità di questi dati tramite la condivisione, li ha inseriti all’interno di un sito da lui realizzato.
Dichiara Joshuah: “ho ammucchiato molte ore complessive di registrazioni, che mi hanno dato un infinito intrattenimento voyeuristico”,  e in effetti l’ascolto di quegli audio [in inglese] permette di penetrare per qualche minuto in un’atmosfera particolare, di intimità con chi li ha prodotti, solitamente degli adolescenti.

Contestazioni per una presunta violazione della privacy non sussistono, in quanto il materiale da lui inserito era stato liberamente diffuso (in maniera cosciente o meno) dagli “autori” stessi.
Proprio questo però  porta secondo me alla vera riflessione: quante delle persone che usano la rete e vi diffondono dati personali, che siano commenti, foto, video o altro ancora, si rendono veramente conto che quello che lasciano sono pezzi della propria vita ormai inevitabilmente sedimentati ed esposti?
Non si rivolge un sorriso alla persona seduta al tavolo a fianco ma ci si prostituisce in cerca di approvazione e complicità in una realtà in cui l’altro non è immediatamente visibile.

Tra 10 anni, cercando il nostro nome su Google, troveremo la nostra storia.

[INFO da Punto Informatico]

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